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Distress 

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la mostra

Distress . Personale di  rasta . a cura del professore salvatore sequenzia . palazzo della cultura Catania italia 

25 novembre 22 dicembre 2017

DISTRESS. NARRAZIONI ED EPIFANIE DELLA CONTEMPORANEITÀ

È nel pensiero che Heiddegger dipana in Essere e Tempo che risiede la scaturigine di Distress, il viaggio dentro l’angoscia che la giovane artista iraniana Rasta Safari ha percorso affamata di senso e assetata di sguardi, attraversando una nebbia silenziosa, oscura e compatta quel «velo di Maya» desunto dall’antica tradizione persiana  che copre tutte le cose, ogni individuo, spaesandoli e precipitandoli nel caosmos indifferenziato della contemporaneità.

Di questo viaggio Distress è il resoconto lucido, disarmato, dolente.

Ogni dipinto costituisce la narrazione, il referto espugnatI a un silenzio tragicamente preter-intenzionale  di ciò che è l’«innominabile attuale», nel tentativo, che risulta vano, di uscire dall’incubo della Storia.

Il riconoscimento di uno stato di caduta  in senso gnostico  in cui versa l’umanità, e l’anelito al ricupero di una origine resa accessibile dall’esperienza dell’arte costituiscono, nel loro intrecciarsi, il basso continuo che soggiace a questa mostra criptica, allusiva, impreziosita da rimandi cogenti alle esperienze più ardue dell’arte secentesca e proto novecentesca ma anche alle sintesi più singolari del figurativismo odierno  che l’artista suscita e rianima nella sua lenta e studiata «ruminazione» formativa innestandoli su un fertile, inquieto e vitalissimo humus di esperienze, di conoscenze, di sollecitazioni.

Distress racconta la condizione di apolide, o di clandestinità, in cui versa l’umano, una moltitudine desiderante che vaga nella Storia, senza la nostalgia di una patria perduta, privata della consolazione del nostos, di ogni possibilità di redenzione e di riscatto, con addosso il peso dell’antica colpa prometeica e l’agra rassegnazione dello sguardo volto verso l’altro gli altri verso l’umanità ferita di donne, di bambini: creature silenti, inermi, atterrite, abbacinate dal miraggio di un aquilone rosso, confortate dall’epifania scialba di un masso, di un ramo, di un bagliore lento e assordante, colte dall’artista nell’istante in cui la loro catabasi di migrazione e di fuga giunge all’esito definitivo, all’approdo ipogeo, limbico, e ogni certezza si tramuta in sgomento, sgretolandosi e annichilendosi.

Rasta Safari si fa cantore dell’esodo immane dei «naufraghi della globalizzazione», del loro destino di resa.

Denuncia sociale, tensione etica, accoglimento della prossimità e della diversità assunti come valore e come apertura a prospettive di solidarietà e di fratellanza innervano l’opera di Rasta Safari, che si precisa in una opposizione radicale a una realtà prestabilita da gruppi sociali egemoni poco inclini a concedere spazio alle alternative, alle possibilità, all’ineffabile poesia dell’umano che la giovane pittrice raffigura nella sua incessante peregrinatio per gli arcipelaghi e gli inferni della Storia.

In un mondo in cui tutto è stato già detto, già scritto, già visto, già rappresentato  in un mondo in cui tutto il pensabile è già stato pensato  Rasta Safari non indulge alle facili e suadenti retoriche del neoliberalismo capitalistico  con i suoi proclamati miti di progresso infinito, con le sue fate morgane digitali e con le sue retro utopie affidando a tele larghe e profonde, pesanti come le quinte di una scena disfatta, l’elegos estremo dell’uomo tecnologico, consapevole della caduta e della fine del mito del progresso illimitato agognato dal mondo occidentale incapace di realizzare una società giusta se non riducendo gli uomini in schiavi di se stessi e dei propri desideri mai appagati e creando mostri.

Le «solitudini desideranti» che si aggirano, che si ammassano, che si acquattano, che si stringono, che si torcono e si agitano levando le mani dentro i dipinti di Rasta Safari, sono la rappresentazione stessa della Distress, l’angoscia che si pone come una apertura eminente che aggredisce l’umanità intera e l’essere nel mondo nella sua totalità, privandoli di significatività, di possibilità e di senso.

Nell’opera di Rasta Safari il corpo è sempre al centro della scena. Come in Caravaggio, in Rembrandt, in Goya, in Moore e in Bacon, artisti con i quali Rasta instaura e intrama complicità,

correspondacens, liaisons, volgendosi indietro e gettando uno sguardo fecondo alla tradizione e, parimenti, proiettandosi avanti, temerariamente, aprendosi a respirare e ad accogliere in se  all’interno di una cifra stilistico-compositiva e di una poetica freschissime eppur già mature  le dissonanze, le polifonie e i pluriversi del figurativo contemporaneo, da Michael Borremans a Galliano, da Vibeke Slyngstad a Victor Man, ibridando segno e figura, mescidando acrilici ed oli, inoltrandosi nel materico, nell’umore acido della sostanza pittorica, smorzando e attenuando il colore, declinando i set visivi secondo paradigmi orientati ad assumere e intersecare codici eterogenei ma complementari come quello fotografico e filmico.

Il corpo dipinto di Rasta è un corpo denudato, martoriato, colto nella sua potente drammaticità, fermato come un frame e fissato sulla tela  che diviene schermo-fondale display nella sua flebile affranta umanità; offerto allo sguardo diretto, eliminando così qualunque forma di sovrastruttura e di controllo conazione su di esso.

In questo corpo, nella sua ferita e nel suo marchio di diversità e di candore affiora, inquieta, la somatica post umana, che schiaccia, comprime, deforma; che parla dell’altro in un idioma obscaenus, esibendo le proprie contaminazioni ed esprimendo la propria liquidità nelle molteplici metamorfosi possibili. L’operazione alchemica tentata dagli umanisti di estrarre l’umano dalle sue relazioni ibridazioni viene di colpo rigettata, in nome di un continuum evolutivo che si rivela nell’enormità del suo scempio, nella denegazione del sacro, nella dissoluzione di ogni prospettiva di ospitalità, di dialogo, di ascolto, di attesa. Al nomos, alla ponderatio e alla venustas dell’uomo vitruviano sottentra l’homunculus cibernetico, il golem sinistro innestato sul dispositivo inorganico, il sembiante antropomorfo con il suo genoma modificato in laboratorio, dalla bellezza adamitica sbattuta, disfatta, sfiorita.

Gettate in pasto a se stesse, nelle creature che Rasta Safari convoca nella sua opera riconosciamo l’umano nella sua vertigine, nel suo tendere invano verso il sublime, nel suo raccogliersi, radunarsi, stringersi e individuarsi come umanità, popolo, civiltà, cultura; nel suo infinito transito senza sosta, nel suo bisogno di oltrepassarsi, di sfinirsi, di finire; ma, anche, nel suo immenso, incolmabile bisogno di ritrovarsi, nella sua estenuante ricerca d’amore.

Tutto ciò è racchiuso in Distress, in questa scheggia infuocata di bellezza, di genio e talento che Rasta Safari ha rubato alla «disturbata Divinità» dell’arte per offrirla in dono, con semplicità e trepidazione, a ognuno di noi.

Salvo Sequenzia

 

 

 

Foto dell’evento presentato a Catania presso Palazzo della Cultura 25 novembre 2017

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